IL FUTURO SENZA MUSICA
IL Futuro Senza Musica
AIAM
L’attuale crisi delle attività musicali ha diverse chiavi di lettura, ne vogliano indicare due, la gravissima mancanza di finanziamenti adeguati, e lo scarso impegno dei Governi che in questi anni non sono riusciti a varare una modifica organica della legge n.800, che risale alla fine del 1967, legge che pur rivelatasi, considerati i tempi in cui è stata concepita, un ottimo strumento di promozione musicale, è ormai superata.
Resta, in ogni caso, come merito storico della legge n.800, quello di avere favorito la creazione di una fitta rete di centinaia d’istituzioni musicali attraverso le quali lo Stato ha portato un segno della sua attenzione, anche in innumerevoli piccoli centri.
Questa rete, che andrebbe a nostro parere tutelata con la stessa cura con la quale il Governo dovrebbe avvertire il dovere di preservare, ad esempio, i mosaici bizantini di Ravenna, è stata al contrario condannata all’estinzione. Le società di concerti, corsi, concorsi, festival ecc. che in questi ultimi due anni hanno cessato di esistere, ammontano a molte decine di unità. E questo comporta una diminuzione del pubblico che è uno dei maggiori titoli che possono essere vantati dalle orchestre, dalle società dei concerti e dai festival.
Questo documento dedicato esclusivamente alle istituzioni del titolo III della legge 800, con l’esclusione delle fondazioni liriche e sinfoniche, vuole rivendicare il ruolo e le funzioni culturali di questo settore.
Ci sembra che la logica di mercato prevalga ormai su tutto: la validità di ogni iniziativa viene giudicata, nel nostro Paese, in base l’auditel e le decisioni politiche vengono assunte con gli occhi fissi sui sondaggi. La critica musicale è scomparsa dalle pagine dei quotidiani in quanto si ritiene che non serva a far crescere i lettori.
Scelte diverse sono state fatte in Francia dove il Governo, nonostante si trovi ad affrontare analogamente al nostro una fase economicamente difficile, ha incrementato e non diminuito i fondi per la cultura.
Desideriamo accennare alla dicotomia che esiste, relativa alla sproporzione tra le risorse pubbliche destinate alla formazione, ossia ai 55 Conservatori Statali di Musica e ai 22 Istituti Musicali Pareggiati, e le risorse che vengono destinate alla produzione musicale nelle sue diverse forme.
Tema, questo, sul quale andrebbe fatta un’attenta riflessione perché se vengono così limitate le risorse per la produzione c’è da domandarsi perché continuare a destinare tanti stanziamenti alla formazione tenuto conto che solo nel 2004 i diplomati dai conservatori sono stati 3.036 e 374 degli istituti musicali pareggiati , ai quali andrebbero aggiunti quelli degli anni precedenti. Considerata l’attuale crisi i giovani difficilmente troveranno sbocchi di lavoro in strutture musicali, siano esse orchestre, complessi, società dei concerti, festival e quant’altro.
E come non citare i tanti DAMS, i tanti corsi universitari con lauree più o meno brevi? Ma dove potranno lavorare i tanti giovani musicologi, ricercatori, organizzatori e così via se si dimezzano i fondi per le attività musicali?
La Carta Musicale d’Italia, aggiornata negli anni, è impietosa e dimostra in modo chiaro come si sia vanificata buona parte di quel tessuto che negli anni aveva costruito una capillarità di presenze che costituiscono nel loro insieme un importante servizio vicino ai cittadini anche dei piccoli centri e quindi un vastissimo patrimonio culturale della collettività.
In questo quadro, la modifica del Titolo V della costituzione, varata dalla precedente maggioranza, che prevede tra le materie concorrenziali tra Stato e Regioni anche lo spettacolo, non ha contribuito certo a conferire all’organizzazione musicale quella fiducia sul suo avvenire che è condizione tassativa per il successo di qualsiasi attività s’intraprenda.
L’incertezza circa la divisione dei ruoli Stato/Regioni non contribuisce, infatti, a trovare un equilibrio capace di favorire lo svolgimento di un lavoro particolare e complesso, come quello che l’organizzazione di manifestazioni musicali esige, che comporta, anche, la necessità di assumere impegni contrattuali con gli interpreti, a volte con anni di anticipo e al tempo stesso di recepire le novità dell’attualità del mondo dell’arte.
I motivi di questa sfiducia non vanno ricercati in una particolare affezione nei confronti del Ministero o in un’irresistibile vocazione centralista degli operatori musicali, quanto nel disagio comportato dall’inadeguatezza e mancanza di linee culturali di cui molte regioni, comprese quelle del nord, hanno dato ripetuta testimonianza e soprattutto per la maggiore discrezionalità con la quale spesso gli assessorati competenti assegnano le risorse economiche. Investire fondi pubblici per finanziare eventi non radicati nel territorio, o manifestazioni d’elevato livello musicale ma molto impegnative sul piano finanziario, costituisce una tentazione alle quali molte Regioni dimostrano di non sapere resistere anche quando questo significa mostrare la propria indifferenza nei confronti delle reali necessità culturali della popolazione di loro competenza.
Le ragioni della nostra insoddisfazione vanno anche ricercate nelle funzioni del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, che si sono rivelate inadeguate ad indirizzare e potenziare il settore, e tanto meno a concepire la propria azione come articolazione di un progetto culturale finalizzato a tutelare e potenziare l’ambito artistico individuando, di conseguenza, le strategie più opportune.
Non esiste, a nostro parere, altra ragione che possa giustificare il finanziamento pubblico delle istituzioni musicali se non quella di operare come servizio per “favorire la formazione musicale, culturale e sociale della collettività nazionale”. Chi tale impegno non assolve non dovrebbe essere finanziato con fondi pubblici.
Per noi la musica finanziata con soldi pubblici non si divide in generi ma per qualità e serietà di intenti, o come sul dirsi banalizzando il concetto, “la musica si divide solo in musica bella e musica maltrattata”.
Vedremmo, inoltre con estremo favore il varo di una legge che, in analogia al testo del decreto legge n.35 / 14 marzo 2005, preveda che le liberalità e le quote sociali siano deducibili dal reddito complessivo del soggetto erogatore entro il limite del dieci per cento del reddito complessivo dichiarato e comunque nella misura massima di 70.000 euro all’anno.
Il ripristino del FUS e una legge che favorisca la partecipazione ai costi delle attività musicali dei singoli cittadini, deve essere preceduta dalla predisposizione di una precisa strategia di sviluppo delle attività della musica che tenga conto dell’obiettivo fondamentale che tutti gli interventi dello Stato in materia devono:“favorire la formazione musicale, culturale e sociale della collettività nazionale” secondo quanto previsto dall’art.9 della Costituzione e dalla legge n.800.
Va detto senza complimenti ed esitazioni che incrementare i fondi per la musica senza avere una strategia di come utilizzarli può costituire una cura peggiore del male.
L’esperienza c’insegna che i fondi, quando sono stati in passato incrementati, sono serviti solo in misura ridotta a rinnovare la rete delle iniziative musicali, o a favorire l’innovazione o potenziare le istituzioni più produttive sul piano dei servizi culturali né, tanto meno, a riequilibrare difformità di trattamento e di incentivi allo sviluppo tra le varie regioni del nostro paese ma utilizzati in modo del tutto discrezionale trasformando la consueta distribuzione a pioggia in una tempesta.
Ed è anche per questo che la nostra seconda richiesta, che consideriamo non meno importante della prima, consiste nell’individuazione e attivazione di un sistema attraverso il quale i contributi dello Stato alle attività musicali vengano stanziati ed erogati in base ad una analisi competente dei programmi e dei dati non già su parametri ingessati che non permettono le valutazioni di merito e che sono lontani dal rappresentare l’operatività concreta delle iniziative stesse. .
Chi ha un minimo di conoscenza della materia e di buon senso, può facilmente fare l’elenco dei dati significativi da raccogliere per fornire informazioni sui risultati conseguiti dai soggetti che richiedono il sostegno dello Stato.
Auspichiamo, inoltre, che i dati raccolti per garantire una utilizzazione sociale dei fondi a disposizione, siano portati, subito dopo l’assegnazione dei contributi, a conoscenza dell’opinione pubblica attraverso internet. Da parte nostra noi c’impegniamo di chiedere ai nostri colleghi di pubblicare i bilanci delle nostre istituzioni sui loro siti internet. Queste sono le iniziative che possono garantire trasparenza ed efficacia degli investimenti pubblici in materia musicale.
Ed è indispensabile che le garanzie di trasparenza che noi chiediamo vengano fornite anche in rapporto ai fondi extraFUS, quali il Lotto e il cinque (prima era l’otto) per mille e innanzitutto capire le eventuali disponibilità di ARCUS spa i cui interventi in materia musicale sono stati nel passato caratterizzati da una desolante discrezionalità e mancanza di criteri e di approfondimenti di merito.
La musica in generale e quella classica in particolare, sino alle più recenti espressioni creative, esige professionalità specifiche, capacità operative, etica professionale, lungimiranza culturale.
Riteniamo, pertanto, di dover chiedere al nuovo Ministro di evitare di affidare incarichi attinenti il settore dell’organizzazione musicale ad illustri farmacisti, sapienti economisti, facondi avvocati con l’alibi di presenze manageriali che non bastano a render produttivi in termini culturali l’offerta musicale. Ormai il mondo della musica è frequentato da troppi dilettanti allo sbaraglio perché se ne possa desiderare un numero maggiore.
Si tratta di un settore che merita attenzione e rispetto considerato che coinvolge centinaia di migliaia di persone che diventano milioni se s’include il pubblico.
Per questa ragione si condividono le preoccupazioni espresse anche nei documenti dell’ Associazione Nazionale dei Critici Musicali e si chiede che giornali e altri media restituiscano ed incrementino la presenza dell'informazione culturale qualificata che è notizia e memoria storica, sostegno delle programmazioni moderne e di ricerca, ragguaglio significativo sull'attività delle realtà locali, conoscenza e coscienza critica della qualità degli spettacoli d'arte, vigilanza sulla conformità e correttezza delle politiche culturali nazionali e delle relative ripartizioni finanziarie.
Recentemente si è anche capito che la Musica è un’arte, che ben coadiuva le esigenze terapeutiche, e numerose sono ormai le testimonianze e le esperienze, così come nessuno mette più in dubbio come essa sia in grado, come nessuna altra disciplina, di favorire la formazione dell’individuo come cittadino. Il nostro Paese ha il merito di avere inventato tutto in materia musicale, i teatri d’opera, la scrittura, gli strumenti, la scenografia, il linguaggio ecc. ma non certo quello di avere adeguato lo sviluppo della musica alle esigenze di una nuova società.
In questo siamo indietro a moltissime nazioni e anche al Venezuela il cui impegno a favore della musica, intesa come disciplina artistica di forte contenuto sociale, è sostenuto dal Ministero degli Affari Sociali attraverso la creazione di centinaia di orchestre di bambini e giovanili.
Attraverso questo programma sono stati assistiti e forse salvati, in venti anni, 1.500.000 di giovani.
Per questo auspichiamo con forza che il nuovo Ministro si ponga come obiettivo quello di sostenere le attività musicali attraverso l’articolazione di una strategia di alto livello e di equilibrare la presenza di iniziative su tutto il territorio nazionale evitando, ad esempio, concentrazioni di orchestre e gruppi musicali in singole regioni e favorendone la creazione dove mancano.
Questi interventi devono essere realizzati assicurando una verifica della fattibilità del progetto, un controllo rigoroso della struttura artistica, organizzativa ed amministrativa, dei concorsi di assunzione dei musicisti pretendendo la più scrupolosa trasparenza delle relative procedure.
Auspichiamo finalmente una nuova legge che dovrebbe altresì introdurre nelle scuole metodi didattici d’avanguardia per favorire la formazione di un nuovo pubblico musicale e rendere possibile la nascita di orchestre e cori di bambini e giovanili, che senza avere l’aspirazione di divenire complessi professionali finalizzino la loro azione alla formazione di musicisti dilettanti e di cittadini coscienti che il futuro dell’umanità è condizionato dalla disponibilità di tutti a vivere in armonia e d’accordo con gli altri. Come è noto “armonia” e “accordo” sono, non a caso, termini musicali. In questo occorrerebbe favorire una forte collaborazione col Comitato Nazionale di apprendimento della musica nelle scuole, attivato da Luigi Berlinguer negli ultimi anni al Ministero dell’Istruzione. Uno strumento di particolare funzione deve essere individuato in una forte azione di promozione musicale finalizzata alla conoscenza, al supporto, alla divulgazione della musica e dei musicisti italiani in Italia e all’estero.
Roma 20 aprile 2011
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